The Handmaid's Tale, un gioiello rosso sangue

Serie TV ideata da Bruce Miller. Stagioni 1 - Episodi 10. Disponibile in autunno su TIMVISION.

di Amleto De Silva - Tuesday 31 July 2017

Ora Rachele vide che non poteva partorire figli a Giacobbe, perciò Rachele divenne gelosa di sua sorella e disse a Giacobbe: «Dammi dei figli, altrimenti muoio». Giacobbe si adirò contro Rachele e rispose: «Tengo io forse il posto di Dio che ti ha negato il frutto del grembo?». Allora ella disse: «Ecco la mia serva Bilha. Entra da lei e lei partorirà sulle mie ginocchia; così anch'io potrò avere figli per suo mezzo». Genesi 30; 1-3


Distopico. Lo diciamo subito così ci leviamo il pensiero e non ne parliamo più.

Il libro è distopico, la serie è distopica, e il nostro dovere è compiuto, possa il Signore schiudere. Altra cosa da premettere è che l’autrice del libro da cui è tratta la serie, Margaret Atwood, ha messo mano alla sceneggiatura, quindi eventuali aggiunte alla (o differenze con) la storia originale sono state approvate, se non scritte da lei. Dunque gran libro e serie bellissima: la sensazione è che guardando la serie ti sembra di star rileggendo il libro, e non è per via della storia (che non stiamo qui a raccontare, vi ho detto quella parola lì e non ho intenzione di ripeterla), quanto per l’essenza del racconto dell’ancella. Quello che c’è nel volume e quello che vedete in tv sono esattamente la stessa cosa.

«C'erano anche degli uomini, in mezzo alle donne e non bruciavano libri, ma riviste. Dovevano averci versato sopra della benzina, perché le fiamme guizzavano alte, mentre loro vi gettavano sopra le riviste, tolte dalle scatole, poche per volta. Tra le donne qualcuna cantava ».

L’essenza, la forza della storia non sta nel regime teocratico che ha preso il comando di parte degli Stati Uniti e nel resoconto delle oppressioni: è nel racconto della donna, June, diventata l’ancella (eufemismo per schiava) Difred, nel suo vivere nel presente l’incubo del regime. Manca l’intento pedagogico orwelliano, ma per fortuna è completamente assente ogni proposito di femminismo balordo e pretestuoso, anche se sono le donne le più oppresse. June lo sa, ma invece di lanciarsi in proclami che puzzano di ex post, ci fornisce un resoconto interiore dettagliato, scritto benissimo e molto più coinvolgente di quanto ci si possa aspettare. Non c’è, nel racconto dell’Ancella, nessuna concessione a scenari storici già vissuti: nelle parole di Difred c’è la tacita consapevolezza che l’orrore che l’umanità mette, ciclicamente, in scena non è altro che un vestito che ogni volta muta foggia e colore, ma il modello è sempre lo stesso.

«Come un russo bianco che beve tè a Parigi, nella prigione del ventesimo secolo, rivado indietro col pensiero, cerco di riguadagnare quei sentieri lontani; divento troppo sentimentale, mi perdo. Piango. Piango, senza singhiozzi. Sto seduta su questa sedia e le lacrime sgorgano dai miei occhi come acqua da una spugna. »

In quel piango, in quel tempo presente c’è la potenza del racconto della Atwood, e vi garantisco che lo ritroviamo tale e quale nella serie: questo tempo presente è così opprimente, così urgente da non lasciar tempo alle riflessioni che durino più di una lacrima, di un momento lancinante, perché ci sono il qui e l’ora da vivere urgentemente, e bisogna abituarsi:

«La normalità, diceva Zia Lydia, significa ciò cui si è abituati. Se qualcosa potrà non sembrarvi normale al momento, dopo un po' di tempo lo sarà. Diventerà normale. »

Una serie che merita grande rispetto

Insomma, The Handmaid's Tale è una serie che merita grande rispetto: lo stesso che chi l’ha prodotta ha usato nei nostri riguardi, a cominciare dalla bravura dei cinque differenti registi che si sono dati un codice estetico rigidissimo. I vestiti rossi delle ancelle sfilano in silenzio in un mondo che non è più nemmeno grigio: è incolore e insapore, nonostante i cadaveri appesi al muro come caciocavalli. E’, appunto la potenza della sopraffazione, talmente radicata nel momento che si sta vivendo da non poter essere messa a fuoco, perché quando ti fermi a pensare il quadro d’insieme della dittatura biblica è come se si sciogliesse nel tuo dolore, e ti sfugge via.

«Ignorare non è come non sapere, ti ci devi mettere di buona volontà. »

Detto della storia, detto della regia, veniamo agli attori: bravissima Ann Dowd nei panni della kapò Zia Lydia, Yvonne Strahovski è talmente brava che riesce a farci dimenticare quanto è bella, e perfino quel patatone inutilmente prestante di Joseph Fiennes trova, nel personaggio del Comandante bacchettone, un suo senso. E poi c’è lei, Elisabeth Moss: June, Difred. Una prova di recitazione impressionante, considerando che il personaggio si muove sottotraccia. Per quanto la serie sia impegnativa -come molte cose veramente belle- ti viene voglia di guardarla ancora e ancora, solo per vedere quegli occhi, quel suo lieve chinare il capo a fingere una pudicizia chiaramente imposta. DA brividi, giuro. The Handmaid's Tale, su Timvision, che ha fatto il colpaccio.

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